Macelleria Palermo, gli studenti di Grandangolo incontrano il fotoreporter Franco Lannino
“Dedicato a tutti i morti ammazzati di questa guerra di mafia e di malavita. Ai morti «buoni» e ai morti «cattivi». Che queste anime possano aver perdonato e siano state perdonate”. Si apre con questa dedicca la rassegna fotografica.
Uccisi al volante, fermi al rosso di un semaforo. Oppure per strada. O ancora inseguiti mentre sono in fuga, raggiunti e assassinati sul marciapiedi, accanto a una cabina telefonica. È la città dei 100 morti ammazzati ogni anno quella catturata dagli obiettivi di Franco Lannino e Michele Naccari, i due fotoreporter di Studio Camera, nota agenzia di Palermo che per decenni ha immortalato le violenze di Cosa nostra. Quelle foto finivano sulle pagine dello storico giornale L’Ora e poi su quelle dei quotidiani e dei settimanali di tutto il Paese.
Immagini crude, “forti“, perché raffiguravano scene cruente degli omicidi. Immagini che oggi sono completamente sparite dagli articoli di cronaca. Adesso una selezione di quelle foto viene esposta al pubblico. Sono 44 instantanee in bianco e nero formato 30×40 e una sezione a colori, stampate in dimensioni più piccole, che raccontano delle stragi e di omicidi avvenuti nel capoluogo siciliano tra la fine degli anni ’80 e i primi anni Duemila.
La mostra ha un titolo evocativo: Macelleria Palermo. Per ogni fotografia ci sarà una scheda contenuta nel catalogo che sarà distribuito gratuitamente e una voce che darà le informazioni, con data, luogo e nome del morto ammazzato. “Non è la solita mostra, ma una sorta di full immersion nell’orrore.
Volevamo spiegare cosa è stata questa città a chi non sa nulla di quegli anni”, dice Lannino, che già da qualche tempo usa i social con questo scopo: ogni giorno su facebook pubblica una foto di fatti di cronaca. Omicidi noti o meno noti del passato: Lannino pubblica l’immagine e racconta i retroscena di quello scatto. È per questo motivo che il fotoreporter, insieme al suo storico socio, ha deciso organizzare Macelleria Palermo: per ricordare che la sua città si era specchiata nel suo stesso sangue.